La pubblicità è ancora maschia?

Ve lo ricordate il primo spot della Bolt? La Marina militare, piena di bei maschioni, ridotta ad un equipaggio di “belle lavanderine” irretite dalla morbidezza. Dopo essersi probabilmente accorta dell’equivoco, la Bolt ha ripiegato su personaggi altrettanto inquietanti ma più facili da inquadrare: un’attempata casalinga che fa la figura della sporcacciona dalle pulsioni incontrollabili mentre annusa, scoperta dall’indignata vicina, i mutandoni del marito (si presume, anche se i maligni sussurrano che si tratti delle mutande del padrone di casa per il quale la vecchia sporcacciona ricopre il ruolo di governante).
Coraggiosa la Bolt.
Noi donne non ne usciamo mai bene, quando mettiamo il piedino fuori dai ranghi.
Finchè si tratta di dare le vitamine a figli e mariti, propinare la merendina giusta alle creature, scegliere il detersivo migliore per piatti e vestiti, va tutto bene.
Ma non dobbiamo permetterci di sforare in territori maschili come la tecnologia o le auto, perché son dolori.Ci usano solo quando si vuole far passare il messaggio che un dato tipo di tecnologia è a prova di idiota, ad appannaggio di tutti, ma davvero tutti, i membri della società: un prodotto utilizzato da Ilary Blasi (o da Gattuso, e anche questa la dice lunga) è un prodotto sdoganato e trasversale.
Al volante di un auto di grossa cilindrata sta quasi sempre un uomo, di modo che i nostri danni si limitino ad un paraurti da utilitaria. Addirittura in uno spot di questo tipo veniamo redarguite per aver perso la femminilità durante il processo di emulazione del maschio non solo alla guida, ma nella vita in generale.
Se noi abbiamo un malessere (ad esempio un’umiliante diarrea o altri problemi intestinali), torniamo in casa da sole e ci prendiamo una medicina che ci permetta di andare al cinema con un’amica (leggi: le donne non hanno nulla di più importante da fare).
Se un uomo ha un malessere (ad esempio un encomiabile mal di testa da troppo lavoro) viene soccorso da una bellissima hostess e da una biondona tedesca che gli permettono, con il provvidenziale medicamento, di affrontare degnamente la giornata di lavoro in una città lontana.
Oppure ci pensa la moglie a guarirlo, per spennarlo poi a dovere nei negozi di Venezia una volta ristabilito in piena salute.
Le donne sportive italiane pensano a dare merendine salutari alle loro bimbe. Gli sportivi italiani invece pubblicizzano integratori alimentari, orologi, scarpe.
Siamo ancora figli della famiglia Barilla dunque?
Pare di sì.
Ma va sempre peggio.
Ora ci fanno anche fare pirolette per la strada per garantire la leggerezza di un cracker, o la ruota in uno studio televisivo per assicurare la tenuta del tampone mestruale.
Ho letto che il Parlamento Europeo ha approvato una legge che punirà d’ora in poi le pubblicità sessiste che tendono a ghettizzare le persone in ruoli limitanti legati al loro cromosoma Y.
Basterà per rivoluzionare il marketing, scardinandolo da target così facili ma che, a quanto pare, funzionano ancora?
Chissà.


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