L’esempio di Simone De Beauvoir

Ho sempre avuto una debolezza romantica verso quelle donne in grado di vivere amori e rapporti all’altezza di loro stesse, avendo la forza di aspettare, scegliere e riconoscere davvero l’uomo per loro, con coraggio.
Si parla spesso di coppie “ben assortite” limitandosi a parametri estetici di comune bellezza e fascino. Ma ci sono unioni che regalano tributi di sapienza non solo al focolare domestico, ma al mondo intero: niente affinità famigliari buon lignaggio o di corposo conto corrente, niente similitudini di avvenenza o carriera, ma unione di anime speciali e cervelli illuminati.
Penso a Oriana Fallaci e Alekos Panagulis, Tiziano Terzani e Angela Staude, Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre.
Ho appena finito di leggere “Memorie di una ragazza perbene“, comprendendo finalmente (“Una donna spezzata” non me lo aveva insegnato) perché si definisca Simone de Beauvoir un’eccellente memorialista.Mi sono invaghita della sua lezione di integrità intellettuale, della sua fame continua di sapere, della sua umiltà nell’apprendere e orgoglio nel difendere, nell’intransigenza personale.
“Sono sicura che salirò più in alto di tutti loro. È orgoglio? Se non ho genio, sì; ma se ne ho – come a volte credo – è soltanto lucidità”.
Questo libro è pieno di quella sofferenza atroce e solitaria di una donna che ha dovuto sopportare a muso duro i pregiudizi di un’epoca difficile ma straordinaria (quella della Francia bacchettona e nazionalista degli anni ’30) dove una donna che sceglieva la carriera e lo studio era deprecabile e allontanandosi da Dio e dalla Chiesa si guadagnava una sorta di esilio sociale senza redenzione.
Beh, Simone la sua redenzione l’ha avuta. Con la perseveranza, la coerenza, la fede nei libri, nella verità e nella libertà, ha saputo affrancarsi da una vita ingrata.
Quando si ha qualcosa da dire, ogni spreco è criminale“.
E liberandosi dall’idea fatale dell’amore che le scorreva nel sangue, dalle pressioni sociali borghesi che l’avevano cresciuta, da quei pregiudizi cattolici che duravano a morire nonostante il suo convinto ateismo (“incredulità” , come la chiamava lei), dal sogno falsato che la letteratura le aveva seminato nel cuore è stata in grado di trovarsi Sartre.
Badate bene: non uno sronzo qualsiasi, ma Jean-Paul Sartre.
Con lui, Simone realizza la sua ambizione di amare (ed essere amata, non dimentichiamolo) da un intelletto superiore, illuminato, instancabile, del quale nutrirsi e dal quale imparare.
Cinquant’anni vissuti da compagni di vita, di anima e di mente che hanno regalato, fecondi, moltissimo al mondo intero.
Sospiro, e aggiungo alla mia vita intellettuale un nuovo grande esempio del quale illuminarmi.


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