Quel giorno in cui incontrai una callista

Due anni di relazione con un ingegnere pescatore per decidermi a passare una notte sul fiume Po in nome del Carpfishing. Come ogni compromesso d’amore, è una roba che mi è costata una dose di training autogeno non indifferente, ma mi sono convinta portandomi tre libri da leggere e due matite, carta e gomma per approfittare della pace della natura e continuare il mio terzo libro.
Già durante il tragitto in barca, il mio maschio pescatore mi mette in guardia: “Accampati con noi ci sono un camionista e la sua fidanzata callista. Porta pazienza, fanno un sacco di domande.”
Assolutamente poco preoccupata, approdo sulla spiaggia folta di vegetazione e vengo assalita da un’umidità cambogiana mai provata in vita mia. Tempo 25 secondi e la callista mi abborda con un sorriso smagliante e, senza darmi il tempo nemmeno di depositare la mia borsa, il mio orsacchiotto giallo e il mio cuscino all’eucalipto in tenda, comincia ad affliggermi con i suoi problemi di vita.Un minuto e mezzo dopo sono già al corrente del fatto che il suo fidanzato è una sorta di psicopatico che potrebbe accoltellarla da un momento all’altro e di cui lei ha una paura fottuta.
Fortunatamente è già l’ora di cena, e la convivialità del momento (fatta di kebab e vino rosso) mette in stand-by la lingua sciolta dell’unica donna con cui condivido l’isolotto.
In realtà il piacere di quegli umidi momenti di delizie gastronomiche viene rapinato dai continui battibecchi tra il camionista e la sua esperta di piedi, tanto che alle 23 porto le mie palle piene in tenda e mi lascio trasportare da Zafon nei misteri della Barcellona maledetta di inizio secolo.
La mia notte continua insonne, tormentata dal segnalatore acustico delle canne da pesca che trilla nella notte ad ogni tiro d’amo esattamente ad un metro dal mio orecchio. Ne approfitto per fare l’unica cosa che mi vien bene, e dopo aver terminato “Il gioco dell’angelo” mi butto nel “Portnoy’s compliant” di Roth sperando mi accompagni fino all’alba.
Alle sei del mattino, distrutta dal mal di testa per l’assenza di riposo e per la pressione che la lampada da lettura appesa in fronte ha esercitato sulla mia scatola cranica (e sui miei pensieri) per sette ore consecutive, decido di uscire a far pipì.
Mi vesto e, attenta a non incorrere in una qualsiasi delle bestie feroci che popolano quelle spiagge, espleto le mie funzioni corporali in 17 secondi netti: rientro di corsa in tenda con i capelli bagnati come se avessi preso una secchiata d’acqua, domandandomi se sul Mekong la vita è difficile come sul Po.
Quando finalmente sorge il sole, mi godo uno yogurt Valsoia ai frutti di bosco, una brioche Misura alla marmellata di albicocche e una Philip Morris blu seduta sulla riva a contemplare le barche dei pescatori al risveglio e l’acqua lenta che scorre verso Est.
Dieci minuti dieci di beatitudine assoluta, e poi la callista si sveglia. Beve il suo caffè per darsi la grinta necessaria a sostenere la sua ugola vivacissima e mattiniera e iniziare con nuovo vigore a sequestrarmi la giornata.
Tre ore. Il tempo necessario al mio moroso e al suo socio per smantellare il nostro accampamento. Tre ore in cui apprendo che la callista si è sposata a vent’anni, a 21 ha avuto due parti prematuri e nessuno dei figli è sopravvissuto, a 35 anni si separa dal marito (uomo eccezionale ma senza l’accanimento procreativo di cui lei aveva bisogno) per mettersi con un ragazzino alcolista con il quale sta poi sette anni. Il tutto per scoprire che questo non solo è sterile (e quindi incapace di soddisfare il suo desiderio di figliare – grazie al cielo), ma che ha come passatempo preferito quello di prenderla a schiaffoni e di dire in pubblico che lei è una puttana sguercia di facili costumi e tendenze discutibili.
“Sai Elena, ero innamorata, avevo proprio perso la testa. Non era solo bellissimo, ma era giovane e mi scopava in una maniera divina”
A parte il fatto che il tipo in questione non ha nemmeno un dente (informazione appresa in seguito dal mio moroso) e mi viene quindi difficile immaginarlo bellissimo, lei paga questo innamoramento intelligentissimo con sette anni di botte, insulti e diffamazioni, fino a quando, a 42 anni, decide che merita di meglio.
Ecco qui che entra in scena il camionista, uno psicopatico umorale in grado di prenderla a calci in culo perché ha tagliato la pancetta della carbonara a cubetti un po’ troppo grandi, ma che per il resto è un uomo presente e adorabile. Sì, ama mortificarla nella loro vita intima, però per il resto è un tesoro.
Poi chiaramente, a complicare la vita della mia nuova amica, ci sono un sacco di problemi di salute (la tiroide, le emorroidi a cavolfiore – di cui ho avuto descrizione dettagliata – le macchie sulla pelle, un intervento al seno e così via).
Alle 11 riesco finalmente a salire in barca e a salpare da quell’isola fluviale di afflizione e di sfiga sulla quale ho incontrato l’ennesima donna masochista e logorroica della mia vita.
Perché la callista non è mica l’unica.
Ad ondate ne capitano di continuo nella mia vita. Donne che per anni (o per tutta la vita) decidono di vivere rapporti infelici ma ovviamente irrinunciabili, trovandosi in situazioni limite per il gusto di vivere in scenografie apocalittiche di cui il loro masochismo (che diventa necessità di un dramma e quindi bisogno indiretto di protagonismo) non può fare a meno.
Il tutto condito con buone dosi di sfighe sanitarie e problemi famigliari.
Che ognuno può fare ciò che vuole con la propria felicità, per l’amor di dio.
L’errore risiede nella necessità di un pubblico, e quando il pubblico scelto sono io non mi sento particolarmente fortunata.
Nessuno può essere il bidone passivo dell’immondizia incondizionata degli altri, soprattutto di un’immondizia volontaria e cercata.
Queste donne sono le sanguisughe del tempo, e si nutrono dell’energia degli altri.
Che si fotta, la callista. E tutte quelle come lei si fottano con lei.


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