Castrazione a tappeto?

Nell’avvicinarsi della giornata mondiale contro la violenza sulle donne, mi prendo la briga di parlare di castrazione. Spesso se ne parla tanto per proporre qualcosa che possa risolvere il problema di stupratori e pedofili a piede libero. In realtà se ne parla soprattutto da un punto di vista puramente punitivo, giusto per dar voce al nostro atavico bisogno di una vendetta tangibile che ci metta in qualche modo in pace con l’occhio per l’occhio e il dente per il dente.
Ma quanto c’è di sicuro in questa pratica, chirurgica o chimica che sia? Purtroppo nulla.
Credo, miseramente, che sia più efficace tenere stupratori e pedofili al di fuori della società con pene detentive a vita piuttosto che puntare ad un reinserimento sociale (quantomeno per quanto riguarda i soggetti compulsivi).
Non vado fiera di questa mia sensazione, ma purtroppo non credo che la castrazione possa essere una soluzione: sicuramente è d’aiuto, ma di garanzie assolute non ne dà nemmeno con un giusto supporto medico e psicologico.La castrazione chimica, per chi non lo sapesse, consiste nella somministrazione periodica e regolare di farmaci che diminuiscono (e quasi azzerano) la quantità di testosterone nel sangue. L’alternativa è un chip che viene infilato sotto pelle e che per un anno rilascia le sostanze necessarie, svincolando lo stupratore dall’obbligo della somministrazione periodica. Gli effetti collaterali non sono piacevoli, ma sono simili a quelli della menopausa, quindi niente di mortale o intollerabile.
La castrazione chirurgica invece consiste nell’asportazione dei testicoli (normalmente entrambi, tanto per star tranquilli), e a differenza della castrazione chimica è senza ritorno: assolutamente permanente.
Tuttavia non esistono garanzie, e alcuni stupratori o pedofili castrati rimessi in libertà sono caduti ancora in fallo (non a caso).
La devianza non è semplicemente ormonale, ma ha a che fare con il comportamento, con l’educazione, con la storia personale e con dinamiche mentali spesso difficili da risolvere e rielaborare. Tra l’altro, un uomo castrato può comunque avere un’erezione, sebbene abbia degli impulsi più fievoli, ed anche volendo pensare ad un intervento punitivo più estremo (evirazione o medievalità affini) non esiste garanzia che il desiderio di stupro non possa sfociare in ben altre violenze. Pensate al mostro di Rostov, che a causa di un’impotenza sessuale mal tollerata seviziava e uccideva le sue vittime per punirle del suo desiderio insoddisfabile.
A differenza dell’omicidio, tuttavia, lo stupro e l’abuso creano una catena di dolore e problemi di sorta per le generazioni a venire, influenzando le vite di figli, amici, mogli, nipoti, a cascata e potenzialmente per sempre: un bambino molestato potrebbe virtualmente essere un futuro molestatore che tramanda ossessioni e devianze in un eterno scambio tra vittima e carnefice.
Mi riesce difficile essere ottimista, così come mi riesce difficile sopportare quelli che inneggiano alla castrazione come ad una punizione pura e dura per soddisfare il proprio narcisismo. Al di là dell’aspetto psicologico che ruota intorno alla virilità, la castrazione non crea nessun grosso danno allo stupratore seriale: anzi, spesso gli dà sollievo, lo libera dalle sue insopportabili e asfissianti ossessioni. Il “castriamolo e facciamola finita” non ha nessun valore, non dà nessuna certezza e non risolve nessun problema sociale.
Non so quale possa essere, o se addirittura esista, una soluzione intelligente. Forse non è stata ancora pensata, e forse non lo sarà mai.
Ma non dimentichiamo che l’unico modo per difendere i nostri figli il più possibile è educarli e dialogare con loro. Se qualcuno dei 50 bambini stuprati negli States dal pedofilo seriale del YMCA avesse denunciato e parlato per tempo (o magari i loro genitori, che non hanno denunciato per paura e vergogna), la strage non sarebbe stata di quella portata.
Il silenzio, in questo caso, non è affatto un’arma, e la vergogna delle vittime è una delle peggiori aberrazioni della nostra società civile.


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