Da quando le donne non son più donne.

In una delle mie quotidiane scorribande sul canale 130 di Sky, sabato mi sono guardata lo speciale sulle donne soldato: italiane.
Alcune brutte da far spavento, altre davvero belle nonostante la divisa mortificante (tanto che non ti spieghi come mai non siano in lizza per diventare veline), alcune madri di famiglia, altre zitelle senza speranza o fidanzatine innamorate e pigolanti.
Non è tanto l’abnegazione al rigore che mi stupisce di queste femmine, l’invasamento per la tenacia e la meticolosità nell’obbedienza. Ma la voglia di sparare.L’emozione più grande: quella col fucile in mano al poligono, dove tutta la motivazione della difesa della patria sfocia nel mirare il centro di un manichino a forma di uomo e tirare, cercando di attutire il rinculo di un’arma enorme e di demolire il bersaglio.
Una voglia di sparare cieca e senza dubbi: “Se mi ordinano di sparare, sparo, senza farmi domande, senza preoccuparmi di chi ho di fronte. Non sono lì per farmi domande, sono lì per eseguire gli ordini e fare il mio dovere. E non ho paura.”
Quando le donne hanno smesso, anche loro, di farsi domande?
Che la voglia di guadagnare il terreno che ci separa dal maschio abbia fatto emergere spesso il peggio di noi donne, è risaputo. È diventato così nelle storie di letto, nell’arrivismo lavorativo e nella famiglia.
Senza capire mai che, se un nemico esiste, non è con l’emulazione del peggio che si vince la battaglia. Non è sull’eccellenza negativa che ci si misura.
Ripenso a “La sottile linea rossa”, il film che forse più di tutti ha mostrato il conflitto interiore di ogni soldato che si trova ad uccidere, esposto come carne da macello sulla collina del massacro. Beh, ho come l’impressione che le nostre donne soldato non ci pensino affatto, quantomeno quelle che non sono madri.
Perché forse, nelle madri, grazie al cielo qualche remora nasce: nonostante la lotta che conducono possa essere più dura e più cattiva (perché hanno un figlio dal quale tornare, perché hanno un cucciolo da difendere contro il mondo), hanno la consapevolezza del valore fecondo del proprio utero e del valore mortale del proprio mitra. Una lacerazione.
E così è stato per le donne di mafia, che ogni giorno di più diventano il fulcro e il braccio armato della malavita, il tramite e lo strumento della delinquenza, le palafitte di cemento armato su cui si regge tutta la struttura.
Quando siamo diventate così?
Era meglio quando facevamo le infermiere al fronte, e le puttane nelle case di tolleranza, almeno portavamo speranza, sollievo e pace.
Perché se anche le donne smettono di credere, di farsi domande e scrupoli, di lottare per la vita, allora davvero questo mondo non ha più scampo.


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