Libri o fucili? Da che parte stiamo?

(scritto il 12 novembre 2009)

Ieri sera, in una bellissima puntata di “Che tempo che fa”, grazie alla voce di Saviano ho conosciuto la storia di Ken Saro-Wiwa. Brutta storia, ma potente. Tanto potente da aver finalmente dato l’input perché una multinazionale come la Shell venisse citata in giudizio con l’accusa di coinvolgimento nella sua impiccagione del 1994.
Ken Saro-Wiwa era (anche) uno scrittore, e si batteva per la rivendicazione dei diritti delle popolazioni che vivono sul Delta del Niger, contro gli abusi ambientali ed economici e gli sfruttamenti sociali che compagnie come la Shell mettevano (e mettono) in atto sugli abitanti della zona, con il beneplacito ovviamente del governo nigeriano.
I gesti, il seguito e le parole di Saro-Wiwa facevano una paura molto più grande di quella che oggi fanno i mitra dei guerriglieri, che hanno deciso di impugnare i fucili dopo aver visto la sconfitta delle parole e delle azioni pacifiche.Non li biasimo, e mi rammarica ammetterlo: difendono la loro terra, la loro cultura; lottano per la sopravvivenza e rivendicano il diritto di beneficiare delle proprie risorse.
Arriva davvero un momento nella vita di certi gruppi sociali in cui le armi e la violenza rimangono gli unici strumenti per farsi ascoltare?
Le popolazioni del Delta del Niger non hanno scuole, strade, ospedali, medicine, acqua corrente, fogne, cibo, mentre compagnie come la Shell si arricchiscono all’inverosimile seminando fame, morte e povertà.
Ora anche guerra. Perché questa è guerra.
Si potrebbe discutere anni interi sulla legittimità dei mezzi, ma non sull’inattacabilità del fine.
Bene, la Shell non ha nemmeno atteso il giudizio, e per risolvere la causa in corso (con la vana speranza di ripulirsi mani e bilanci sporchi di sangue) ha sborsato 15 milioni e mezzo di dollari.
Applausi per l’avvocato del Center for Constituional Rights di New York, Jenny Green.
Ma Saro-Wiwa è morto, anche se il suo tentativo di lotta pacifica sopravvive nelle menti di molti, ma muore negli spari e nei sequestri di molti altri.
Conservo sempre il dubbio del limite fino al quale sia giusto spingersi, per capire quando e se mai la violenza (quella di risposta, il rigurgito dell’oppresso) possa avere una legittimazione di causa.
Visceralmente mi vien da dire di sì. Razionalmente cerco di filtrare la mia indignazione con qualche afflato pacifista che ogni tanto ricordo di avere.
Io che in Italia sto lottando per farmi pubblicare un libro sull’eutanasia (quella vera), mi rendo costantemente conto di quanto le parole (e la loro gestione) facciano davvero paura, a certi livelli di cognizione.
Al di sotto di questi livelli, tante volte il fucile ti vien davvero voglia di impugnarlo.
Mi chiedo spesso quale sia il vero potere, e mi rispondo sempre che è il denaro: il vero potere assoluto in ogni luogo e in ogni tempo, nel nostro luogo e nel nostro tempo in particolar modo.
Ci sono due modi per contrastarlo: la cultura e la violenza.
C’è chi distrugge le Torri Gemelle e chi scrive libri, parla con la gente e si siede davanti ai carri armato.
Non so ancora chi abbia ragione.


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