Quando le puttane si chiamavano puttane

Sarà che gli ultimi libri che ho letto non meritavano il mio tempo, ma ieri sera mi sono piacevolmente ritrovata tra le mani un testo pieno di poesia.
Sto parlando di quello che porta il nome di Gabriel Garcia Marquez e il titolo di “Memoria delle mie puttane tristi”.
Riflettevo su quanto le puttane (quando non si chiamavano ancora escort) abbiano ispirato a musicisti, poeti e pittori.
No, non sto parlando di Pretty Woman, e non penso solo alle donne regalate all’immortalità da Paul Gauguin o Toulouse-Lautrec: soprattutto mi ricordo di quelle raccontate da Henry Miller, Charles Bukowski o dai meravigliosi disgraziati della Beat Generation.
Penso alla meravigliosa Teresa Batista stanca di guerra di Jorge Amado, alla sfigatissima Sugar di “Il petalo cremisi e il bianco”, all’indimenticabile e fatua Nanà di Emile Zola.E poi mi vengono in mente tutte quelle cantate da Fabrizio De Andrè, perché “Bocca di Rosa” è solo la più famosa (viste le sue referenziate arti orali), ma non bisogna dimenticare tutte le altre e soprattutto quella che abitava in Via Del Campo.
Non entro nel merito di ciò che sia morale o immorale, giusto o ingiusto (la mia disquisizione è puramente artistica), ma rimango sempre affascinata da come alcuni grandi uomini della nostra storia culturale abbiano saputo farci innamorare di quell’humus umano da bordello, di quelle gonne e sottogonne che diffondevano lo scolo ma completavano con tanta devozione il puzzle sociale.
Nessuno di loro si è dimenticato di narrare il lato umano profondo che si nascondeva dietro il puro sfregamento genitale, la ricerca continua di felicità e di poesia infiltrata in ogni bassezza della carne e la differenza che esiste tra la percezione del peccato e la sua pratica emotiva.
Ma ci sono uomini e uomini, puttane e puttane, storie che solo pochi sono degni di poter raccontare.
Tutto il resto rimane nella spazzatura del tempo e nella desolazione di cuori e mutande.


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2 thoughts on “Quando le puttane si chiamavano puttane

  1. é no cara elenatorresani, questa non te la passo! Quando si tratta di artisti, unanità e poesia, per gli altri invece, desolazione e spazzatura, manco ti passa per la mente che possa anche essere il contrario. Studiati un po’ di più le vite degli artisti, guardati intorno, parla con la gente, chiedi ai tuoi amici, scendi dal piedistallo sul quale ti hanno posto o sei salita. La realtà non e letteratura, ma un po’ più di umiltà ti farà capire che la moldava che batte sotto casa non è diversa dalle ragazze di Lautrec, e il commercialista che la fa salire sulla sua auto non ha meno dignità di garcia marquez, semplicemente non lo saprebbe raccontare altrettanto bene!

    • Buongiorno Riccardo, sono perfettamente d’accordo con quello che scrivi, e non credo sia in contrasto con quello che ho scritto io: è semplicemente un’altra angolatura (plausibile e doverosa) dalla quale guardare la questione. In questo post non ho trattato il tema della prostituzione in generale: ho accennato solo all’ispirazione che la prostituzione ha prodotto in campo artistico.
      Per il resto, non so da dove ti arrivino le considerazioni su piedistalli, realtà, umiltà, ma a me interessano poco (e immagino anche a te). Buona giornata.

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