Voce del verbo madre

La settimana scorsa sono andata dal cardiologo perché c’ho un po’ il cuore matto. Mi ha messo a fare la prova da sforzo a torace nudo sotto il bocchettone dell’aria condizionata.
Mi lamento: “Dottore, sto sudando e… li vede i miei capezzoli? Indicano che sto prendendo freddo”
“Ma non diciamo sciocchezze!” sorride.
Bene: sono otto giorni che non dormo e non riesco nemmeno a ridere per colpa di una tosse asinina insopportabile. Tutto questo per dire che per forza di cose non sto fumando, e quindi un po’ devo essere perdonata se dirò qualche cattiveria per colpa dell’astinenza da nicotina.
Oggi vorrei parlare dei bambini, e delle madri dei bambini.
Una volta, su Facebook, parlando di me un tizio ha scritto: “Non comprerò mai il libro di una che dice di amare i cuccioli più dei bambini”. Onta sacrilega!

A dire il vero io amo i cuccioli ma anche i neonati, forse perché i secondi, a quello stadio evolutivo, assomigliano molto ai primi. Quando però iniziano ad andare all’asilo (e quindi a testare, affermare e definire la loro personalità sociale, sperimentando diverse tecniche interattive che quasi sempre hanno a che fare con lo sfinimento o la molestia) ecco che allora inizio a sviluppare un’istintiva antipatia per il genere.
Il problema però non sono solo i bambini: spesso anche le loro mamme fanno di tutto per rendersi insopportabili.
Quelle che lavorano riescono talvolta a salvarsi, ma quelle che sono a casa a badare esclusivamente ai loro figli (salvo la volontà tenace di tenersi attive culturalmente e socialmente che alcune, fortunatamente, conservano) vedono la loro socialità trasformata nella semplice vita di una giumenta.
Soprattutto nei piccoli paesi, o nelle periferie di case accatastate, smettono di essere donne per esistere prevalentemente come apparati riproduttivi soddisfatti (e poi frustrati) dalla procreazione: senza argomenti, ripetitive come la pubblicità e noiose come il rosario, sono capaci di discutere ore intere sul contenuto delle cartelle di scuola e sugli umori delle insegnanti.
Cioè cose di cui la maggior parte della popolazione del globo se ne strafotte ma che, in alcune circostanze, è costretta a subirsi.
Questo significa che non solo, ad esempio, il riposo (o il mal di testa) mi è vietato durante tutta la stagione estiva perché ho il cortile infestato di bipedi al di sotto del metro che urlano come se li stessero sgozzando, (dovendomi così subire gli effetti nefasti delle filiazioni altrui). No, significa anche che se per sbaglio una sera mi trovo in compagnia di un capannello di madri scodinzolanti (o affrante), devo darmela a gambe levate per sopravvivere alla serata, preferendo magari il sano bivaccare dei loro maschi esausti che si appoggiano al bancone del bar come se fosse l’ultima deriva di sopravvivenza.
Esiste un’educazione dell’intrattenimento e della conversazione, che dovrebbe ipoteticamente tenere in considerazione l’eventuale disinteresse (prossimo magari alla catatonia o al suicidio) degli interlocutori presenti.

Due ore a parlare di mughetto dovrebbero essere vietate dalla legge.

N.B. Tutte le fotografie in questo post si riferiscono a sculture di Patricia Piccinini, artista che ha rappresentato in modo sapiente – tra le altre cose – anche la maternità e l’infanzia.

Patricia Piccinini

 

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12 thoughts on “Voce del verbo madre

  1. fortunatamente non tutte le madri sono così come le descrivi e come le vorrebbero…certi personaggi. l’importante è far passare il messaggio che essere madre ed essere individuo libero di pensare, agire, sbagliare, decidere è la stessa cosa. e aggiungo che le donne/madri sono uguali ovunque, sia nella piccola città che nella grande, dipende solo dalla propria volontà…oggi è impossibile nascondersi ed isolarsi tra i mocci dei bambini.

    ciao da una mamma attempata!!!

  2. Grazia, nel mio intervento faccio infatti una distinzione tra le madri che sono in grado di sostenere una conversazione che esula dalla loro prole e quelle che invece non ne sono affatto in grado (o non hanno il rispetto sufficiente per farlo). In questo credo che la città – con tutti i suoi stimoli – possa essere un coaudiuvante della socialità attiva (e della conversazione intelligente). Poi è ovvio che, se una ha il cervello di una tegola, non c’è Milano o Roma che tenga (ma questo esula dalla maternità).

  3. Come per i cuccioli, la diseducazione dei bambini è SOLO colpa dei genitori. Purtroppo si è persa la coscienza del fatto che i bambini sono un faticoso ma fondamentale investimento sul futuro di tutti. Che educarli è un DOVERE. E poi anche nel crescere dei bambini si possono imparare moltissime cose. E’ solo necessario capire (e molti genitori non lo fanno) che adulti e bambini hanno linguaggi diversi, non “più o meno” sviluppati. Hai mai provato a parlare di cose serie con un bambino di 3/4 anni? oppure ad andare ad una mostra d’arte moderna? Mi offro come interprete.

  4. MIrko, proprio perchè i figli costano un investimento di forze, risorse e passione immane, credo che non tutti siano portati a diventare genitori (ad esempio io). Purtroppo tutti tendono a diventarlo (per un sacco di ragioni che esulano dalla vera propensione alla genitorialità, elemento fondamentale e auspicabilmente discriminante). Ma questa è tutta un’altra storia.

  5. Cara Elena, le mamme, che vogliano ammetterlo oppure no, sono proprio come le descrivi tu. ci sono dentro anch’io, in questa descrizione. Madre felice, ma forse solo per amore del mio compagno (più gatto che altro). se non fosse stato per lui dubito che avrei fatto figli, mi riconosco molto nelle tue reazioni! Come dici tu: il lavoro e una volontà tenace a tenermi attiva culturalemnte e socialmente, con tutte le difficoltà che le situazione comporta, forse mi salvano. forse, perchè fatico a mantenere una conversazione senza parlare delle mie figlie, ma non perchè ne parlo io, bensì perchè gli altri non fanno che chiedermi di loro… io fuggo, ma loro (mamme invasate, amiche desiderose di esserlo o conoscenti/colleghe senza argomenti) mi perseguitano. ormai mi identificano solo come madre… ai loro occhi non sono altro… è molto triste. qualsiasi mio movimento che esuli dalle mie magnifiche figlie (che adoro ma non per questo sono autorizzate a fagocitare quel poco di vita “privata” che mi rimane) viene visto con sospetto, come un tentativo maldestro di rincorrere una gioventù ormai andata… Ripeto, è molto triste perchè sembra che una madre non possa essere null’altro che una madre. confesso che non grido ai 4 venti il fatto che ho due figlie… non me ne vergogno, ci mancherebbe!, solo che chi non lo sa non lo sospetterebbe mai e mi tratta in modo visibilmente diverso da chi lo sa! mah!

  6. grazie a te, mi sento un poco meno “cattiva” a pensare quel che penso, mentre evito il “club delle mamme al parco” e “la confraternita delle mamme dell’asilo”! chissà che una sera non ci ritroviamo gomito a gomito, tra un gruppo di madri, a cercar di dirottare la conversazione, o, meglio ancora, tra un gruppo di uomini, appoggiate al bancone del bar! ;))

  7. Elena, ancora complimenti a te e ai tuoi ospiti: trovo sempre spunti interessanti nelle pieghe del tuo blog e anche in questo caso sono colpito dalla simpatia velenosa e lucida che trasuda della tua esposizione: sei proprio brava! Pregusto il piacere di scoprire un tuo libro (non ne ho ancora letti: ma ti ho scoperto si e no da una settimana!); se domenica riesco a venire al BOOKSWAP uno lo trovo? Sono solo a mezz’ora di metrò… per cui conterei di venirci nel pomeriggio con mio figlio, dodicenne e accanito lettore che riesce a coniugare il piacere del “fantasy” (pare legga in compagnia di draghi e quant’altro…) con una particolare sensibilità poetica: vedessi cosa scrive!
    Ma vengo al punto: suggerisco una personale indagine storica su come eravamo, per capire dove siamo e dove stiamo andando, cari madri, padri… zii e zie!
    Una volta anche nella nostra Bassa imperava la famiglia patriarcale: il nonno aveva bisogno di figli maschi, ossia di braccia capaci di portare un efficace aiuto nei lavori agricoli più pesanti; così che solo dopo averne generati almeno tre alla nonna era concesso di augurarsi pubblicamente che dal quarto fossero femmine, così da poter contare su un aiuto anche in casa. Ora tutto questo non è più, o almeno è diventato raro; ma che l’uomo non sia fatto per stare solo ci è ancora ben evidente: siamo animali socievoli, usiamo persino i blog! Quindi i capannelli di mamme scodinzolanti/affrante che tanto vi scandalizzano in realtà surrogano la famiglia “allargata” di una volta (parlo di nonni, zii, cugini,…fino ai primogeniti più adulti). Oggi, che mediamente si fa un unico figlio a coppia, si avverte ancor di più il bisogno di un aiuto nell’affrontare la maternità/paternità: spesso ci sentiamo inadeguati a farlo, e un po’ imbranati: così si formano quei capannelli… ma sono d’accordo con Kiara ed Elena: potendo, è meglio evitarli. Un’ora (monotematica) su mughetto, acetone, … o altro è criminale!
    Ma la figura della madre merita un ulteriore approfondimento: trovo davvero curioso come due generazioni così diverse abbiano generalmente prodotto gli stessi guasti… mi riferisco alle madri PRE e POST ’68!
    Le prime hanno vissuto una vita da giumenta (parafrasando il Liga), mia madre fra queste: ha abbandonato l’impiego per dedicarsi ai figli, cominciando dal sottoscritto, e a un marito intelligentemente aperto su tutto… ma poco incline a mettere in discussione lo scettro del comando, come da tradizione meridionale.
    Le seconde mi fanno l’effetto che, crescendo, abbiano continuato a vivere idealmente di slogan: solo hanno sostituito “ l’utero è MIO” con “il figlio è MIO”! Come si può intuire, il risultato non cambia: quelle donne fanno davvero fatica (e soffrono!) quando si trovano costrette a dover accettare di dover staccare il figlio dal capezzolo: anche se questo ha trent’anni! Sono, queste, le madri colpevoli di aver fornito un alibi al ministro Brunetta, quando ha “sparato” sui bamboccioni.
    Un esempio, tanto per chiarire, lo ritrovo nel mio album dei ricordi: alcune foto di mia madre, riprese all’interno di una chiesa, in cui l’espressione, lo sguardo, gli occhi gonfi, la piega della bocca,… tutto concorre a ipotizzare un evento luttuoso, tipo la scomparsa di un famigliare, o un congiunto… ma era il mio matrimonio, cazzo!!! Scusate… Era il ’94, ed evidentemente lei aveva coscienza che stava effettivamente perdendo il SUO primogenito, che si trasferiva a 60 km.
    Meditate donne, meditate!

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