Voglio la diaspora: via dall’Italia.

Non lontano da Pompei, simbolo dell’incuria dello Stato Italiano per le nostre ricchezze culturali, si trova il primo museo al mondo ad avere chiesto asilo politico: il CAM di Casoria, che nel suo cortile sventola una bandiera tedesca. Per tutte le difficoltà incontrate dalla sua fondazione, il CAM oggi ha chiesto asilo alla Germania: l’unico paese europeo che pare intenzionato a non penalizzare la cultura (e nemmeno la ricerca, pensa un po’) anche in un momento di grave crisi come quello attuale.
Non so se il CAM si trasferirà realmente in terra teutonica o se è solo una provocazione, ma la notizia mi procura quella sfiziosa sensazione di rammarico e godimento. Perché è questo che si merita la nostra classe politica: lo svuotamento, la diaspora. Da una che non sa niente di economia, il poco che mi sembra di capire è che l’Occidente sia finito dal punto di vista produttivo e manifatturiero; ma anziché puntare sulle nostre eccellenze dell’ingegno, sui primati accademici, creativi, culturali, sulle ineguagliabilità paesaggistiche e turistiche – cioè quelle cose che ci rendono unici e che nessuno al mondo potrà rubarci, copiarci, o svendere – il Governo Italiano le umilia, le tortura, le uccide e non si premura nemmeno di seppellirle: lasciandole esposte agli sciacalli.
Versiamo miliardi ai folli dittatori, investiamo sui cadaveri e uccidiamo i vivi: saggezze da terzo millennio? Funziona così, oggi?
E mi fa tenerezza vedere il mondo della cultura e dei teatri scioperare per un giorno: che per caso i teatri chiusi per un giorno possono far solletico a qualcuno? Persino i supermercati chiusi per un giorno non darebbero fastidio al grande popolo di pancia, figurarsi un palcoscenico.
La piazza incazzata, e poi la diaspora: ecco cosa ci vorrebbe. Questo stato non si merita altro.
E lo dico con l’ipocrisia di chi ha provato ad andarsene ed è tornato con la coda fra le gambe, per colpa di quel patetico sentimento d’appartenenza che solo qui mi fa sentire a casa. Pago questa vergognosa debolezza con mille giorni di frustrazione etica ed estetica che, se perlamadonna un giorno dovesse dare frutti, mi farà varcare la frontiera a nord con un clamoroso gesto dell’ombrello, un peto e tre lacrime.
Prego i forti, perché se ne vadano anche per me, e rendano grande quel che resta di noi a dispetto di noi.
Nell’elenco di Saviano sul “perché restare”, non ho davvero nulla da scrivere se non una sconfitta sentimentale.

 

Harry Houdini 1899

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