Quando il gioco si fa duro

Ci sono dei periodi in cui le cose vanno lisce come l’olio. Altri invece dove non vanno nemmeno a spruzzarci sopra crema di burro e sputo.
Al verificarsi del secondo caso, generalmente io cerco di interpretare i segni: il destino ce ne lascia talmente tanti lungo il percorso che trascurarli sarebbe come ragliare al vento, in attesa della prevedibile disfatta.
Capita però che anche i segni, talvolta, ti prendano per il culo, e allora sei senza riparo: mica che le cose siano troppo facili (pensiamo al povero Vincent, che se avesse dato retta ai “segni” avrebbe dipinto giusto un paio di quadri e per il resto si sarebbe impegnato semplicemente a tagliuzzare orecchie).
Allora bisogna stendere un piano d’attacco, che normalmente consiste nel darsi delle priorità, cercando magari di rispettarle: dato che il tempo a nostra disposizione è limitatissimo, bisogna darci dentro con turgore solo dove davvero conta. Abbracciando il sogno più amato, e chiedendosene il perché, dato che spesso è il perché a fregarci.
Tutti i sogni, in quanto sogni, valgono teoricamente la nostra fatica e la merda dei nostri fallimenti: ma se il perché che ci sta dietro non è un buon perché, allora siamo fottuti.
Non parlo ovviamente dei nati sotto una buona stella, quelli a cui va tutto bene anche se sono dei fetenti mangia sassi.
Parlo dei normo-karmici, quelli che sono qui per costruirsi una felicità difficile, farsi un culo tridimensionale e ottenere qualcosa, imparando, faticando, bestemmiando: se i vostri perché non sono sani, allora non lo saranno nemmeno i sogni, i segni e tutto quel che ci viene dietro.
Io ho appena scoperto che il mio grande sogno ha i perché malati di cancro.
Ora mi tocca decidere se ucciderlo subito o tentare di intervenire chirurgicamente.
Il rischio di vederlo morire è comunque altissimo. E in questo caso l’unica arma in mio possesso è una scadenza: darmi un tempo, forse, mi salverà.
E in questo tempo buttarci tutto ciò che ho, come in un addio consumato bene.


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