Quando la fede muove le montagne.

 

Francis Alys - When faith moves mountains

Come scrivevo al punto n. 4 dei miei propositi per il 2011, quest’anno mi sono ripromessa di non ingrassare. Debolmente fedele a questo traguardo, di tanto in tanto vado a fare mezz’ora di cyclette a casa dei miei e, per non morire di noia, mi porto cose da leggere. Mica che poi, tra l’altro, mi venga voglia di darci dentro e mi trasformi in una figadellamadonna. Stasera sfogliavo Arte di gennaio, e mi sono trovata davanti alla stampa di un bellissimo fotogramma di Francis Alys. Titolo dell’opera: “When faith moves mountains” (video di 36 minuti, anno 2002). Monumentale.
Poi però, poco sotto, l’apertura di Renato Diez: “Solo eventi che portano a niente e speranze sempre deluse. Politica e società in filmati lievi”. Ecco che in una frazione di secondo, lì, appollaiata sulla bici senza ruote, vengo schiacciata tra la solennità degli scenari e il pericolo dei titoli: esattamente come tutto quello che abbiamo intorno in questo momento storico di piazze, rivolte, vittime, liberazioni e conquiste.

Francis Alys - When faith moves mountains

Perché le ideologie (che strana parola per il terzo millennio!) sono state potenti, e capaci di rovesciare imperi; la gente ha saputo cacciare il tiranno e ha riconquistato la sua voce. Ma poi? Abbiamo imparato dalla storia che il caos, la capitolazione, le involuzioni sociali hanno trovato spesso terreno fertile nelle transizioni politiche dei popoli spaesati e destrutturati: fratelli di piazza, adesso che il Mediterraneo brucia, cosa facciamo?
Saremo capaci di gestire il cambiamento, di vivere la democrazia, sanare l’economia e godere della libertà dei diritti? La libertà è una faccenda tosta, quando si è abituati a vivere con qualcuno che pensa per noi. Lo sappiamo anche noi italiani, lo sanno ancor meglio i russi, e tutti i popoli che hanno auspicato e vissuto – più o meno consciamente – l’ipnosi dei poteri forti. Purtroppo non sempre si è all’altezza dei propri sogni e delle proprie lotte.
Ora prego (senza nome) soprattutto per i ragazzi dell’Onda Verde, che dalle piazze di Teheran sono quelli che la rischiano più grossa. E mentre prego per loro cerco, per qualche secondo almeno, di mettere a tacere il cinismo e lasciar parlare la speranza. Giusto qualche minuto, dalle rive del Po fin sulla via della seta.

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