Io c’ero.

La convergenza planetaria favorevole agli idoli continua in questo autunno 2010 ricco di palpitazioni, e anche questa volta la pioggia scrosciante battezza gli incontri epocali.
Roberto Saviano è all’Università di Pavia, impossibile perderselo. Saviano val bene due ore di permesso, l’acqua-planning sull’asfalto inondato che sembra quasi surf , i capelli cotonati dall’umidità e la minaccia dell’influenza incombente.
Quattro ore di coda che mi valgono la pole position e la schiena distrutta, ma che fanno la differenza tra chi entra e chi resta fuori: 250 posti disponibili, di cui 150 riservati alla stampa e alle “autorità“.
I blogger non se li fila nessuno, e allora codeggio senza accredito insieme a quella che è una delle genti più belle d’Italia: il popolo di Saviano, quello che ancora ci crede e vuole dimostrarlo.
Tra unità cinofile, polizia, carabinieri, artificieri e squadre speciali, ci sentiamo assediati ma forti: e siamo tanti.
Se non fosse per l’indegno scavallamento di non meglio identificate “delegazioni” e ondate di consiglieri comunali inattesi (tra cui, immancabile, il trentenne pappone col sigaro in bocca e la convinzione da padrone del pianeta tatuata sul faccione ignorante), l’organizzazione non sarebbe stata male: l’ingiustizia infiamma la folla bagnata, quella che resta fuori senza meritarselo perché non è lì per presenziare.
Le loro proteste diventano testimonianza, soprattutto in questo momento politico e storico della nostra italietta: sono quelli che non ci stanno e urlano “fuori”.

Dentro invece, col mio numero 123, la Nikon e Ludovica Netbook, assisto alla scena del sindaco sbarbato che arriva fresco fresco all’ultimo minuto, pretendendo un posto inesistente, tutto avvolto nel suo impermeabile color cammello col bavero alzato da ispettore: che potrebbe anche essere figo, ma quando stai facendo una figura di merda ti fa quasi notare la clamorosa assenza di un bassethound al guinzaglio.
Dopo aver preso i suoi insulti, bello caldo, se n’è andato, e nessuno ha sentito la sua mancanza (ma del bassethound un po’ sì).
Quando Saviano alla fine è entrato, io e i ragazzi che hanno condiviso con me l’attesa ci siamo commossi, scorticandoci le mani nell’applauso, inchiodati alle sedie dagli sguardi della scorta.
Erano loro, il barometro del pericolo. Perché Roberto era come vederlo in TV: carismatico, catalizzatore, narratore eccellente, oratore d’impatto. Ma gli agenti intorno raccontavano di una vita di merda, scommessa e scampata ogni giorno.
Non racconterò di quello che Roberto ha raccontato, perché ce l’ho ancora incastonato nel cervello e lì rimarrà a fermentare: se non sono all’altezza di un accredito stampa lascerò ai giornalisti questa incombenza.
Io mi limito a constatare che questa notte ho sognato di essere baciata e amata da lui: che ci sia qualcosa da psicanalizzare nella mia costante erotizzazione della stima intellettuale?
Anche io devo andare da uno bravo.
Ma nel frattempo, Roberto fammi tua!




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