Come vi vedete è come siete? Resoconto di una donna distrutta dalla propria immagine mancata.

Chi ha visto “Quattro bassotti per un danese” della Walt Disney, sa di cosa parlo quando dico che non tutti abbiamo la giusta immagine di noi stessi. Senza entrare in un discorso psicologico affascinante e complesso come quello dell’elaborazione della propria immagine (e di quanto questo condizioni la nostra vita), basti ricordare il buon vecchio Brutus che, cresciuto con quattro bassotti, non si rendeva conto di essere un fiero e meraviglioso esemplare di danese.
Da giovane, io ero l’esatto opposto di Brutus: avevo le fattezze di un topo, ma mi atteggiavo flessuosa come una giraffa. Il fatto di essere una seduttrice piuttosto abile (o fortunata), mi faceva atteggiare come se fossi bella. L’unico ostacolo tra me e il mio crederci era – pensavo – il mio culetto un po’ troppo abbondante.
Rimediavo con maglioni e giubbotti legati in vita: una sorta di fagotto disordinato che, nel mio immaginario, funzionava come un mantello magico capace di rendere invisibile ogni abbondanza indesiderata.
Anche quando c’erano 45 gradi: ma il ridicolo non mi sfiorava, e procedevo spavalda nella mia sauna redentrice.
Oggi, molto più consapevole e decisamente meno civetta, non lego più niente in vita e sono diventata troppo pigra per cimentarmi in qualsiasi altro travestimento che mi renda più come mi vorrei.
Tipo come la Fallaci, o come la Sexton, magari solo un filo meno psichiatrica.
Mi piacerei davanti ad una Olivetti, con la sigaretta in bocca e senza trucco, un whisky al fianco e Janis Joplin in sottofondo, raccontare dell’ultima frontiera del mondo mandando dispacci notturni.
Invece digito sulla keyboard, ho smesso di fumare, sono astemia e non ho nemmeno un vinile di Janis Joplin (in realtà, non ho proprio nessun vinile). Sono emetofobica, non ho vizi nè eccessi, faccio l’impiegata 9-18 e tendenzialmente sono sempre a letto prima di mezzanotte.
Esiste qualcosa di più noioso e ordinario?
Il confronto con l’immagine di certi talenti del passato è devastante: e non solo per me, che sono l’ultima delle stronze, ma per tutti gli artisti di oggi.
Non che si debba essere per forza maledetti e disagiati, asociali o farmaco-dipendenti, avventurieri e incoscienti: però neanche tutti come Italo Svevo, con l’aggravante dei doveri verso il marketing.
Onestamente, questa discrepanza mi spacca, a tratti più ancora dell’assenza di talento: perché se anche una non ha talento, ma vive la vita con le toppe e con le unghie, c’ha tutto un altro stile.
E lo stile, si sa, è fondamentale.
Io sono distrutta dall’immagine di me: quella mancata.

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