Io sono quella buffa (dell’essere se stessi anche sul lavoro)

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Quando, ai colloqui di giugno, avevo incontrato le due ragazze che mi avevano preceduto nel ruolo che sarei andata a ricoprire, ho pensato: “Non mi assumeranno mai”: bellissime, giovani, ambiziose, preparate, estremamente in gamba.
Il 6 luglio, sedendomi per la prima volta alla mia scrivania dalle parti di Piccadilly Circus, mi sentivo sveglia come Willy il Coyote e affascinante come Giamburrasca.
Avevo scelto di lavorare per questa azienda rinunciando ad un’offerta molto più succosa perché le persone e le possibilità di crescita personale qui mi sembravano migliori: avevo chiuso la porta ad una prestigiosa multinazionale, rinunciato a 10.000 sterline in più all’anno e ad un lavoro probabilmente più semplice. Pazza?
È stata dura, soprattutto perché mi era impossibile immaginare il livello e il ritmo di ciò che sarei andare a fare. I primi tempi c’era sempre qualcosa a cui non avevo pensato o che mi era sfuggita: ambienti complessi, settore poco conosciuto, agende ingestibili, livelli di privacy imbarazzanti che complicavano la comprensione delle dinamiche e il mondo parallelo della finanza internazionale in cui sono entrata come la fidanzata di Artemio, con le ballerine ai piedi e lo chignon. Continua a leggere

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Andate per un po’ dove le cose (belle) accadono

Pina Bausch

Pina Bausch

Ho diversi ricordi dell’Italia in fermento, di quando era facile cambiare lavoro e difficile scegliere gli eventi a cui andare, di quando tutti i sabati facevo shopping o uscivo a cena e avevo ancora motivo di sognare progetti realizzati.
Mi ricordo le notti di Milano e quelle sugli argini di Po, tutte piene di vita frizzante e di gente che faceva. Cose diverse, ma faceva.
Dopo anni che sembrano secoli per il peso che ci hanno caricato sulle spalle, mi trovo di nuovo in un luogo dove le cose accadono e fa un effetto stranissimo, che a tratti mi entusiasma e a tratti mi stranisce. Avevo perso l’abitudine alla possibilità.
Londra è un luogo moltiplicato: arrivando, mi sono sentita gettata dalla palude nel tornado.
I primi giorni, quando vedevo nuovi negozi aprire, pensavo istintivamente: “Poverini, tra un anno chiuderanno sommersi dai debiti”. Oppure, di fronte ai mille palazzi in costruzione: “Mamma mia, rimarranno tutti vuoti o pignorati dal tribunale.”
Ci ho messo qualche settimana ad intervenire su quello che la situazione italiana aveva fatto della mia visione del mondo e del futuro, mi ci è voluto un certo esercizio per scacciare il gattaccio nero annidato nel mio subconscio. Continua a leggere

Che fatica i sogni fuori dal cassetto (di sudori e altre difficoltà)

99 - Lifestyle

Io li capisco quelli che fanno per trent’anni lo stesso lavoro nella stessa azienda e vanno in vacanza sempre nello stesso posto.
Li ho sempre giudicati un così, come gente che un po’ si perde il succo della vita, ma ora un po’ li capisco. Cercano il conforto, hanno bisogno della sicurezza.
L’immutabilità, per quanto sia contro natura, dà un senso di riparo dalle bordate della vita. Nella vita ho cambiato alcuni datori di lavoro, mi sono cimentata in settori e mansioni nuove, mi sono esposta moltissimo, e qualche mese fa ho mollato tutto per inseguire un sogno di cui l’Inghilterra non è che un tassello. Più di una volta mi sono detta: “Ma che cosa mi è saltato in mente?
Che fatica.
Che paura.
Londra mi aveva già schiaffeggiato 15 anni fa, quando avevo fatto la cameriera qui per un mese. Avevo iniziato spavalda, convinta di non aver niente da imparare dopo tutti i week-end passati per anni tra i tavoli più affollati della Bassa Padana, ma sono bastate le prime otto ore di lavoro per farmi abbassare la crestina e farmi sentire come l’ultima delle stronze.
Stavolta sono arrivata imparata, ma non si è mai imparati abbastanza. Non ero pronta a quei no. Ho ripetutamente pensato di non farcela..
Ci ho messo tre mesi ad entrare nel mercato, tre volte il tempo che mi ero data. L’incertezza mi ha tolto il sonno, l’insicurezza mi ha fatto male al cuore. Ora mi trovo su una strada che non mi ero immaginata, che mi piace moltissimo, ma che non è certo una passeggiata.
Provare ad entrare in uno dei mercati più competitivi al mondo, per migliorarsi ed imparare cose nuove, ha un prezzo piuttosto alto, ed è un prezzo che si paga prima di tutto a se stessi: anche il lavoro che pensavate di saper fare meglio, qui avrà probabilmente bisogno di essere riletto e magari capovolto.
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Appena finita la chemio, quando il commesso insinua che sei lesbica

orrori tempo

Una sera io e Martina stiamo camminando per le strade di South Kensington.
Abbiamo appena concluso un incontro di lavoro che è andato piuttosto bene: stiamo cercando di trovare nuove strade per il suo caffè che aiuta a costruire scuole nella foresta pluviale del Nicaragua.
Entriamo in un supermercato, parte di una grande catena inglese, e scambiamo qualche parola in italiano.
Martina ha da poco terminato sette lunghi mesi di chemioterapia per combattere il cancro al seno che le è stato diagnosticato lo scorso autunno, e i capelli hanno iniziato a ricrescerle.
Lei è bella, il capello corto le dona. Indossa una maglietta bianca e una giacca militare, è abbronzata e le lentiggini la rendono raggiante. Negli ultimi mesi è stata quasi sempre chiusa in casa, un po’ per gli effetti devastanti della chemio, un po’ perché era difficile sostenere gli sguardi delle persone inchiodati sulla sua testa calva: no, non si voleva nascondere sotto un copricapo o un foulard.
Ma la diversità esclude, e impararlo sulla propria pelle è sempre devastante.
Ora che i capelli e la salute sono tornati, sembra una modella nello splendore dei suoi 40 anni. Continua a leggere

A mia sorella, che non è qui

Dazey Chic

Dazey Chic

Che cosa mi hai fatto, Michela, quando hai messo al mondo Leonardo.
Che danno, che miracolo.
Non ti erano mai piaciuti i bambini e guarda che scherzo, mio dio.
In sala parto stringevi le gambe perché dicevi che era impossibile che un neonato uscisse da lì, e te le han dovute legare spalancate, quelle gambe, per dimostrarti che invece l’amore mio la sua strada l’avrebbe trovata facilmente.
Che cosa mi hai combinato, Michela.
Mi hai trasformato la vita facendo cose che non avrei mai immaginato e mi hai ribaltato il mondo con un fiume d’amore con cui ancora oggi fatico a fare i conti.
Da piccola eri petulante, avevi tutto l’insopportabile delle figlie preferite, mi dicevi che ero cattiva perché facevo sempre scontenta la mamma. Dicevi, col naso e il mento rivolti al cielo che stava sopra di me: “Io da grande sposerò l’uomo che vorrà la mamma, anche se sarà brutto e povero”.
Tu che poi mi rubavi i reggiseni, leggevi tutti i miei diari e vivevi la mia vita senza che io me ne accorgessi, presa com’ero dalle mie lotte adolescenziali fatte di rabbia e di niente. Conoscevi tutte le mie compagne di classe per nome e per storia, i miei baci per sapori e nascondigli.
Senza saperlo, ti prendevi le mie fobie e le mie catene. Continua a leggere

I miei primi due mesi a Londra, tra tragedia e commedia

João Vaz de Carvalho

Illustration by João Vaz de Carvalho

Se devo essere sincera mi piacerebbe vedermi emigrare in Paesi molto più lontani per posizione geografica e cultura, perché secondo me ci sarebbe da ridere.
C’è già da ridere adesso, a dire il vero, a guardarmi trasferita da Lodi a Londra.
Sono qui solo da due mesi, ma non avendo avuto tempo né modo di andare dalla parrucchiera prima di partire, ora mi trovo con la criniera di Pocahontas priva dell’unico balsamo capace di districarmi la massa di pelo pesante e insopportabile che tengo sulla testa.
Ho affrontato la prima ceretta fatta in casa, e mi sono trasformata in una carta moschicida lunga centosessanta centimetri. Ho iniziato a spinzettarmi le sopracciglia come vedevo fare a mia madre quando ero piccola, negli anni ’70, e il risultato è un’asimmetria inquietante tra il lato sinistro e il lato destro della faccia.
Sia chiaro, non è che a Londra non ci siano parrucchiere ed estetiste, ma costano uno sproposito per una che sta ancora guadagnando soprattutto in Euro.
A tre settimane dal mio arrivo, con la serenità d’animo di un cane idrofobo, ho battuto la città alla ricerca di qualcosa che rimpiazzasse il bidet e che mi mettesse in pace con uno degli insegnamenti principali delle mamme italiane: “Se ti succede qualcosa, almeno sei in ordine”. Sono tornata a casa con un catino pensato per lavare cani di piccola taglia ma che ogni giorno mi fa sembrare il mondo un posto migliore. Continua a leggere

Sono due anni che Milano è in fiamme

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Sono più di due anni, probabilmente, ma è meglio limitarsi a parlare dell’emerso.
Milano brucia da tempo, tirandosi dietro tutta l’Italia e anche chi ormai vive fuori dai confini nazionali.
Quello che è successo oggi, i roghi, i tafferugli, la città a ferro e fuoco, succede da mesi: in modo molto meno pirotecnico ma infinitamente più dannoso.
Il gesto inqualificabile di un delinquente che incendia l’auto di un innocente privato cittadino ci colpisce più da vicino perché potevamo essere noi, perché in un’auto ci vanno le fatiche e i sacrifici di un’intera famiglia.
A confronto, tangenti, malafede, incompetenza, corruzione e spreco di denaro pubblico sembrano malattie tropicali che poco ci riguardano: e la percezione è la metà del male.
Sono due anni che Milano è in fiamme. Continua a leggere

Manganelli o libri? Pugni o viaggi? Come si risolvono i problemi del mondo.

Photo by Mike Price

Photo by Mike Price

Quando vengo coinvolta, per caso o intenzione, in discussioni che implicano un minimo di conflittualità tra le posizioni in campo, mi trovo talvolta a confronto con due tipi di esseri umani: i sapiens e i gorillans.
I primi esprimono opinioni, argomentano, portano esempi, magari statistiche; i secondi mostrano il petto, a volte insultano, considerano il manganello la risposta migliore per quasi ogni problema, abusano della parola “buonismo”, vivono di miti senza fondamento e luoghi comuni.
I secondi, spesso, non hanno mai messo il naso fuori dalla loro tribù e l’unica realtà che conoscono (e che in linea di massima giudicano meritevole di sopravvivenza) è quella del loro ceppo genetico.
Ci sono persone che ancora credono di vivere nella giungla benché abitino nell’Europa del 2015, forse per un mancato ridimensionamento dei flussi ormonali o forse per un deficit nell’educazione primaria. Hanno ragione? Continua a leggere

Verso il 2030: il lavoro sarà migrazione, tecnologia, specializzazione

Miroslav Sasek

Miroslav Sasek

Nelle nostre mani, oggi, abbiamo dati (alcuni inconfutabili) che ci danno elementi importanti per prevedere quello che sarà il mercato del lavoro tra 15 anni.
Un panorama che interessa la mia generazione, ma soprattutto i giovani che ora sono in età scolare e dovranno fare i conti con un mercato molto diverso da quello attuale.
La scarsa natalità che si sta registrando in molti Paesi (non solo in Occidente, ma anche in Cina a causa della regola del figlio unico) porterà ad una crisi della forza lavoro laddove l’economia si sarà mantenuta sana e viva: a compensazione, sarà necessario attrarre professionisti e manodopera dall’estero.
Ma quali professionisti, quale manodopera?
Il ruolo rivoluzionario che la tecnologia sta avendo in questa fase dell’economia mondiale, imporrà (come in parte sta già facendo ora) una formazione sempre più alta della forza lavoro: operai specializzati, ingegneri, ricercatori, professionisti del digitale, tutti con almeno una lingua straniera nel proprio bagaglio professionale. Continua a leggere

Solo un’altra che se ne va

andarsene

Siamo in tanti ad andarcene, ormai è un’emorragia.
Io sono solo una di una folla, ma stavolta sono io e non un altro: questo, nella mia sceneggiatura personale, fa la differenza. Tutto è diverso quando sei tu e non un altro.
WimDelvoye, un artista belga, ha rappresentato gli esseri umani in sintesi nella sua opera “Cloaca Machine”: un grande apparato digerente che ingurgita cibo ed espelle rifiuti.
Per discostarsi da questo realismo cinico ci restano i sentimenti che proviamo, le relazioni che creiamo e sogni che realizziamo, quelli che ci portano un po’ più su delle nostre budella.
Per questo, in Italia lascio un lavoro a tempo indeterminato, una casa, un’auto, la mia famiglia e tutte le certezze, le radici che ho. Parto arrabbiata, con la fretta di chi sente di abbandonare una nave che sta affondando.
Ogni giorno mi alzo dal mio letto nella Pianura Padana sentendo di subire un’ingiustizia che non sono più disposta a sopportare, con l’unico rammarico di aver stupidamente sperato troppo a lungo di poter in qualche modo, nel mio piccolo, cambiare le cose.
Me ne vado perché devo aprire una Partita Iva per il mio bellissimo lavoro da freelance, ma non ho intenzione di farlo in Italia. Me ne vado perché sono stufa di lavorare come un asino e vedermi sottratta la maggior parte del reddito da uno Stato che io considero vergognoso da troppi decenni. Continua a leggere