Scrivo reduce da 10 giorni di
Invasioni Digitali
, un’esperienza bellissima in nome della quale abbiamo posticipato gli impegni di
Branditup Travel
e rinunciato ad un paio di viaggi: volevamo dedicarci completamente alla promozione del nostro territorio provando a
creare una community di persone che avesse voglia di cambiare e migliorare
la nostra realtà culturale con la partecipazione diretta e l’impegno personale. Non ultimo, volevamo tastare il “polso digitale” della nostra provincia, il lodigiano.
Conoscendo bene gli aspetti ostici di questa terra, i risultati ci hanno lasciato, a tratti, increduli.
Domenica sera, alla chiusura delle Invasioni e dopo ben 7 eventi, eravamo
stanchi come animali da tiro ma entusiasti.
Poi però, nel gruppo nazionale delle Invasioni Digitali, Silvia Badriotto (un’invasora, o invaditrice, piemontese) ha postato
il video dell’invasione al Villaggio Leumann di Collegno
, mostrando Sindaco e Assessori in prima linea a promuovere l’iniziativa:
sono precipitata nello sconforto più nero.
Nel lodigiano non solo nessun sindaco e nessun assessore si è mai fatto vivo alle Invasioni, ma nessuno si è mai nemmeno degnato di scrivere un comunicato stampa (sarebbe bastato copiare il mio), né di mettere un misero “like” ai bellissimi racconti fatti dai loro concittadini e condivisi in rete (manco quando erano taggati, eh).
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Autore: Elena Torresani
Figli che disonorano i padri (e creano aziende sordomute)
Il passaggio generazionale nell’imprenditoria italiana di fine ‘900 è stata come la peste bubbonica, la discesa dei Lanzichenecchi, l’invasione delle cavallette, il passaggio dell’angelo sterminatore.
Un’ecatombe che ha mietuto più vittime del Diluvio Universale.
In Italia i legami famigliari sono stati di gran lunga più importanti di capacità, competenze e meriti, e il risultato è sotto gli occhi di tutti.
L’errore più grande dei grandi capi d’industria degli anni ’50 e ’60 è stato quello di rimbecillire i loro figli con la sindrome compensativa del “
tu avrai tutto quello che non ho avuto io
”. Il risultato spesso è stato
un condensato di incapacità e arroganza
, una miscela letale, ma non certo per loro.
Oggi, in un’epoca social, questi figli della compensazione li riconosci dalle loro
imprese sordomute
, quando in qualche modo sono riusciti a non farle ancora chiudere.
Perché “
social
” non significa cazzeggiare su Facebook, come credono in molti.
Social
significa interagire, dialogare, comunicare, fare rete, condividere conoscenze ed esperienze, ed è la chiave di questo ventennio.
Ogni volta che incontro un’azienda che non ascolta i dipendenti né i collaboratori, non si affida a consulenti competenti in caso di bisogno, non si mette in relazione col territorio circostante, non apre le porte alla formazione e alla crescita, so che sono di fronte alla morte imprenditoriale.
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Mi invidiavano la libertà (la felicità non è mai gratis)
Qualche giorno fa mi ha contattato un Tizio con il quale non parlavo credo da 25 anni.
Mi ha scritto un’e-mail che mi sarei aspettata solo da un caro amico in crisi di coscienza, dicendomi che si è scoperto
amante del tradimento, della trasgressione
, e di innumerevoli pertugi femminili.
Lui,
padre e marito modello
, che vent’anni fa rientrava nella nutrita schiera degli apostoli della retta via e si prendeva la briga di puntare il dito contro le ragazze che, come me, non avevano un anello al dito o un altare pronto ad attenderle: proprio lui, come tanti altri, oggi si ritrova fedifrago e fornicatore.
Ho risposto alla sua e-mail confortandolo sul fatto che è in buona compagnia, e che la vera trasgressione oggi è, casomai, la monogamia del cuore e delle mutande.
Vent’anni fa, questo Tizio (e molti come lui) si permetteva di definirmi “allegra”: era uno dei molti modi con cui la gente di paese cercava di inquadrare
una ragazza che non sembrava esattamente carne da marito
.
Come tutte le cose che non si vogliono o non si riescono a capire, il termine “allegra” era fuori luogo tanto quanto le altre varianti dei frustrati: puttana, isterica, indesiderabile, lesbica.
Ero semplicemente una ragazza single, come sono stata gran parte della mia vita.
Oggi sorrido, vedendo
le doppie e triple vite di questi ex paladini della morigeratezza
e dell’integrità morale: talvolta bravissimi, talvolta maldestri a gestirsi il fuoco negli slip.
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Decalogo di un’astensionista di sinistra
Il problema è che si è sbagliato troppo . Si è abusato così tanto della buona fede popolare e dell’ignoranza, che ora non c’è più tempo per nulla. Nella mente di un astensionista non c’è più spazio per la speranza, ma solo per il rischio ragionato.
1 – Molte persone hanno lottato e sono morte per avere il diritto di voto: motivo in più per non sprecarlo.
2 – Turarsi il naso non è una soluzione : abbiamo già provato tutti a farlo troppe volte e i risultati sono disastrosi. Il Paese è al naufragio, senza che ci sia nessuno che abbia la possibilità o la volontà di salvarlo, tantomeno governi di larghe intese che alimentano solo l’immobilità e il poltronismo (non inteso come pigrizia).
3 – Non sono uno stercorario, ma un cittadino. Perché una candidatura e una proposta elettorale abbiano il mio voto devono ALMENO essere convincenti, etiche, competenti, di pubblico servizio e di qualità .
4 – A fronte del soddisfacimento dei requisiti al punto numero 3, potrebbero essere anche accettati programmi elettorali che non incontrino al 100% il mio favore ma che rappresentino un buon compromesso tra risorse e doveri.
5 – Non è detto che un governo di sinistra sia migliore di un governo di destra . Ci sono governi, candidati e programmi pessimi da entrambe le parti. Il fatto quindi di essere di sinistra non mi porterà a votare per forza la proposta che arriva dallo schieramento politico che mi dovrebbe rappresentare.
6 – Il mio voto non sarà mai più un voto per evitare il peggio , ma solo un voto per avere il meglio. Mi hanno già raccontato diverse volte la favola del “bisogna stare uniti contro il nemico” salvo dimostrare poi di non essere meglio del nemico stesso.
Raccontare il male per fare il bene: la Festa della Donna 2014
“
La violenza è potere. E il potere è come una droga: difficile da abbandonare
”
Pagina 80,
Il male che si deve raccontare
, di Simonetta Agnello Hornby e Marina Calloni, Edizioni Feltrinelli.
Pagina 40 e 41: “ In Italia, nell’80 per cento dei casi l’autore della violenza è italiano. Nel 50 per cento dei casi di violenza, anche sessuale, è il marito o il convivente della vittima. […] L’uccisione da parte di persone note alla vittima è la prima causa di morte nel mondo per le donne tra i 16 e i 44 anni. ”
Un libro che racconta la storia di Fenella e della sottomissione di una famiglia intera, l’ospedale psichiatrico per chi si rompe, il teatro dell’abuso di Lusaka, gli schiaffi e i pugni a Filomena in Sicilia, la famiglia disfunzionale di Imogen dove le figlie erano costrette a perdere la verginità col padre, le madri disumanizzate che non difendono i figli dagli abusi perché perdono la cognizione del bene e del male, il suicidio della signora Wanda costretta ad accogliere e a riverire le amanti del marito per decenni. Continua a leggere
Quando il Wedding Planner racconta la vostra storia d’amore
Racconto storie per lavoro. Le racconto per me, per le aziende che chiedono il mio supporto, per le destinazioni che mi accolgono.
Lo faccio perché le storie hanno valore e potere, ed è per questo che mi è piaciuto subito il progetto di
SeSolo Wedding
. Loro sono tre ragazze lodigiane che lavorano soprattutto (ma non solo) tra Milano e la bassa padana, organizzando eventi e matrimoni. Hanno ideato diverse formule, ma la mia preferita è la “
Green
”: matrimonio eco-friendly, natura, ville e cascine, prodotti a Km0.
Semplicità, sostenibilità, e uno stile eco-chic che mi piace un sacco
.
C’è
un concorso fotografico aperto
, in premio la possibilità di vincere la consulenza SeSolo per l’organizzazione del proprio matrimonio, ma per i dettagli vi rimando al comunicato stampa incollato alla fine di questo post.
Vi voglio parlare piuttosto dello storytelling dei sentimenti che le ragazze di SeSolo propongono agli sposi. Grazie alla collaborazione con artisti locali (musicisti, canzonieri, artisti, poeti, illustratori), creano il racconto della storia d’amore che è stata capace di portare due persone sull’altare, scegliendosi per tutta la vita. Un tributo all’
unicità di ogni relazione
, la valorizzazione di un percorso che non sarà mai uguale a quello di qualcun altro.
Mi sono commossa vedendo e leggendo alcuni loro lavori, io che non amo le cerimonie e i traguardi preconfezionati. Mi sono entusiasmata al loro stile e alla bravura dello staff, io che con lo scetticismo ci ho fatto una filosofia.
Non dovremmo mai perderci il racconto di ciò che siamo
e di ciò che stiamo costruendo con le persone che amiamo. Perché al di là di riti e celebrazioni, la nostra storia è il canovaccio che ci porteremo sempre appresso e dentro, in continua evoluzione con le scelte che facciamo – più o meno consapevolmente – ogni attimo della nostra vita.
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Quale futuro per il lodigiano? Giovedì vi dico la mia.
Casalpusterlengo, la cittadina del lodigiano dove sono cresciuta, il prossimo maggio sarà chiamata alle urne per le elezioni comunali.
La campagna elettorale avanza e
Ferdinando Fanchiotti
, uno dei possibili candidati alla poltrona di Sindaco (tutto dipenderà dall’esito delle primarie), mi ha chiesto di andare a condividere con il gruppo di
Casa[le] Aperta
, e con i cittadini che vorranno intervenire, le mie idee sulla
valorizzazione del territorio lodigiano
.
Ho accettato l’invito di giovedì 27 febbraio per diversi motivi, primo fra tutti perché mi sembra abbastanza rivoluzionario che un politico chieda
il contributo di comuni cittadini
per creare una sorta di brainstorming collettivo.
Lo scopo è quello di confrontarsi, unire competenze e idee, creare stimoli e sinergie.
Per una come me, che lavora sui
contenuti di aziende e territori
, è bello vedere che nel mondo della politica esiste ancora qualcuno che vuole riempire la propria proposta elettorale di senso e non solo di giochi di potere e slogan a orologeria.
Detto questo, non so se in Italia i contenuti servano in politica.
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Desolazione BIT e allarme Milano a un anno dall’Expo
Sono in preda allo sconforto.
Immaginatevi un donnino di 160 cm che parte alla volta di Rho Fiera con una valigia vuota a traino che ha tutta l’intenzione di riempire nel Paese dei Balocchi. Immaginatevi poi lo sgomento di quella stessa donna che, una volta arrivata a destinazione, vede una delle fiere più belle di Milano,
la BIT
,
ridotta all’ombra di se stessa
: 4 padiglioni riempiti a malapena, pochi eventi messi insieme così, nelle ultime settimane, fermento esterno inesistente.
Quando mi sono accorta della
frastornante assenza di Stati Uniti, Francia, Spagna, Regno Unito, Danimarca, Germania, Austria e Paesi Scandinavi
, mi sono sentita sparire dalle mappe insieme all’Italia. Mezzo mondo (gli assenti sono molti di più di quelli citati) non ci calcola più, ci ha tagliato fuori, pensa sia inutile investire qui.
A un anno dall’Expo, questo è
un messaggio devastante per la città di Milano
.
Non dico per l’Italia intera, perché al
TTG di Rimini
l’autunno scorso ho visto molto più fermento e partecipazione: questo significa che se in parte l’Italia non è una piazza appetibile perché gli italiani non hanno più soldi manco per campare, la reputazione di Milano sta messa ancora peggio.
Mi ricordo quando alla BIT c’erano 12 padiglioni (di cui uno interamente dedicato alle compagnie aeree), colori e bandiere, abiti e sapori provenienti da 25 continenti (sembrava che il mondo fosse così generoso!). Lungo il percorso tra un padiglione e l’altro c’erano ristoranti aperti, botteghini, bancarelle, venditori di gelati, cioccolato, salsicce, sushi e brezel.
Ora è il deserto.
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Lavorare in ufficio fa male
Da 7 mesi non lavoro più in un ufficio né per un capo, ma da casa e per i miei clienti, o per me stessa.
Sto lavorando molto, molto più di quanto avessi previsto inizialmente, più che altro per dare maggiore solidità all’attività di freelance: credibilità, portfolio, contatti, formazione, sono elementi che richiedono
un investimento di tempo ed energie notevole
, soprattutto in un sistema economico in grave crisi come quello italiano. Nell’ottica poi di preparare
Brand-it-up
e
Brand-it-up Travel
sia alla possibilità di restare qui che a quella di espatriare, la tipologia di variabili in campo si amplia moltissimo.
Lavorare molto, ma lavorare da casa, ha però degli enormi vantaggi: primo fra tutti,
l’assoluta libertà di gestione del tempo.
Gli appuntamenti possono essere fissati a piacimento, le incombenze risolte senza l’incubo di orari e chiusure, il lavoro svolto anche di sera, se di mattina si è stati fuori per commissioni o impegni.
La cosa migliore, tuttavia, credo che sia
la quasi perenne assenza della sveglia
. Il corpo, alla mattina, si sveglia quando meglio crede. Alcune volte alle 6.30, altre alle 9.
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Perchè non credo sia necessario parlar bene degli avversari
Da una parte ci sono i competitor
, i concorrenti che abbiamo in campo professionale.
Normalmente nei confronti di questa categoria di persone sono sempre stata piuttosto lucida: so capire quelli che sono di gran lunga più bravi di me e quelli che invece non lo sono, anche se magari hanno più successo. Con i competitor riesco anche a diventare amica, o ad instaurare un rapporto di collaborazione e di stima.
Sui social metto like e retwitto qualsiasi cosa reputi buona, senza calcoli, invidie malsane e boicottaggi di sorta: me ne frego spavaldamente, perché penso che ci possa essere posto per tutti quelli che lavorano bene.
La mia unica preoccupazione è fare del mio meglio per essere all’altezza di lettori, clienti e partner.
Però poi ci sono gli avversari, che sono un’altra categoria, normalmente ideologica.
È morto Giorgio Stracquadanio
, un politico che nella vita avrò sentito parlare tre volte e mi è sempre sembrato un servo poco brillante. Oggi tutti ne tessono le lodi.
Gad Lerner dice
che si confrontava con lui piacevolmente, di tanto in tanto. Se persone con una cultura e un’intelligenza più grande della mia dicono così, probabilmente sono io a sbagliarmi. Probabilmente dovevo ascoltarlo parlare o meglio o di più ma, in linea di massima, dopo il terzo round di stronzate investo il mio tempo per ascoltare altro.
L’altro giorno in un gruppo di Facebook, un amministratore ha scritto verso un suo – chiamiamolo così – avversario ideologico: “
Infine mi rivolgo a [Mr X]. Ti conosco da tanto tempo e ricordo bene i tuoi atteggiamenti e le tue
opinioni legittime e mai banali
”
Ora, capisco che il conoscersi da tanto tempo sia spesso una zavorra nel gestire le pubbliche relazioni con gli avversari. Capisco anche la
necessità di mantenere rapporti e civili e cordiali
. Si può pensarla in modo diverso, scontrarsi, ma cercare di rispettare le sensibilità altrui.
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